Vivere la malattia senza farsi sopraffare




Da quando le hanno diagnosticato un cancro al quarto stadio, all’età di quarantotto anni, Sophie ha indirizzato la sua intelligenza, la sua saggezza, il suo coraggio e la sua tenacia ad allontanare l’orizzonte della morte e a creare ancora vita. Invece di vedere nel cancro il suo nemico, ha cercato un modo di convivervi, ascoltando quel che le malattia le insegnava.
Sophie ha iniziato a scrivere questo libro a dieci mesi dalla diagnosi. Dieci mesi in cui Sophie, di professione Life-Coach, è riuscita a essere una persona, una nuova persona, e non una paziente la cui identità si riduce tutta alla malattia. Oggi ha ancora il cancro, ma non ha più metastasi.
Lo scopo di questo libro, nelle parole di Sophie Sabbage, è quello di aiutare i malati di tumore a trasformare la loro relazione con la malattia. Forse è giunto il momento di chiederci non solo come possiamo curare il tumore che ci ha colpito, ma dobbiamo osare chiederci in che modo il cancro può curare la nostra vita. «Vivere la malattia senza farsi sopraffare» è molto più di un libro su come affrontare un tumore: è un libro sulla vita e su cosa significhi vivere una buona vita, su come trovare la pace con se stessi, su come prendersi cura di sé senza mai accettare un «no» come risposta. L'autrice rifiuta di sentirsi una vittima e aiuta gli altri a vivere una malattia con forza, significato e autonomia.





Non appena avevo iniziato a credere che la mia vita fosse finita, questa aveva cominciato a ritirarsi in un’altra stanza, eliminando le finestre e i complementi d’arredo, impacchettando il mio futuro per riporlo in ordine nell’ultimo cassetto, abbassando le luci e fermando l’orologio sul muro.
Sapevo che dovevo cambiare approccio se volevo avere una possibilità di vedere il quinto compleanno della mia bambina, o il mio quarantanovesimo. Non volevo negare quello che mi stava succedendo, ma nemmeno volevo limitarmi ad accettare le fosche previsioni sulla mia inesorabile fine. Montavo su tutte le furie quando la gente cominciava a dirmi addio e inveivo contro le infermiere che mi trattavano come se mi trovassi in un ospizio per moribondi. Volevo conoscere ogni dettaglio della malattia e rifiutare l’interpretazione di chiunque altro. Ero disposta ad affidarmi al Signore, ma non ai medici o alle statistiche.
Per quanto mi sarebbe stato possibile, volevo essere io stessa a scrivere la mia storia e mi sarei dannata pur di non accettare la loro versione.

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