Ossi di seppia

Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925.



In Ossi di seppia, pietra miliare nella poesia del Novecento, predomina il paesaggio ligure, “scabro ed essenziale”, i cui elementi realistici si impongono con evidenza visionaria nelle ore meridiane, quando gli oggetti sembrano disfarsi nell’eccesso di luce. E l’immobilità quale “delirio” che inchioda l’uomo e le cose al loro posto si pone come uno dei temi centrali, accanto a quello della ricerca di una via di scampo, di “una maglia rotta nella rete” dell’esistenza.


E andando nel sole che abbaglia 

sentire con triste meraviglia 

com'è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia 

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia



Spesso il male di vivere ho incontrato: 

 era il rivo strozzato che gorgoglia, 

era l'incartocciarsi della foglia 

riarsa, era  il  cavallo stramazzato. 

Bene  non seppi, fuori  del  prodigio 

che  schiude  la  divina  Indifferenza: 

era  la  statua  nella  sonnolenza 

del  meriggio,  e la  nuvola, e  il  falco alto levato.  


Attraverso le poesie di questa raccolta, Montale esprime la propria visione della vita e del mondo. La ricerca dell'aderenza all'essenzialità dell'ambiente circostante e allo stesso tempo al ritmo musicale rappresentano comunque un'esistenza del rifiuto da parte del poeta. 







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