Non è questo che sognavo da bambina

S. Canfailla - J. Di Virgilio, Non è questo che sognavo da bambina, Garzanti, 2021, pp. 288, € 16,90.



Neolaureata. Coinquilina. Fuorisede. Precaria. Se dovesse descriversi, Ida lo farebbe così. E da oggi aggiungerebbe alla lista: stagista. Stagista in una grande-e-importante-agenzia-di-comunicazione. Non è quello che sognava da bambina, ma dopotutto non è la prima volta che le cose non vanno nella direzione sperata. Avrebbe voluto vivere ovunque tranne che a Milano, e vive a Milano. Voleva una relazione stabile, ed è stata lasciata. Ha studiato per diventare sceneggiatrice, e invece fa la social media manager. Ogni mattina si trascina in ufficio e, tra meeting, brainstorming e tante altre parole che finiscono in -ing, ci resta fino a sera, impegnata in un lavoro che non riesce a capire che lavoro sia, circondata da colleghi che sono simpatici e brillanti, sì, ma solo tra di loro. Fino al giorno in cui, stanca di una vita che troppo spesso si riduce a essere un pendolo che oscilla tra un file Excel e la prossima sbronza, Ida capisce che, per sopravvivere, deve adattarsi, assomigliare di più a loro – i suoi colleghi, il suo capo – e meno a sé stessa. E mentre le ambizioni cambiano e il confine tra giusto e sbagliato si fa inconsistente, rincorrerei suoi sogni diventa un capriccio che non può più concedersi. È ora di crescere: ridimensionare le aspettative e accettare i compromessi. Così, quando le arriva la notizia di un concorso a cui candidare il suo cortometraggio, Ida non sa che fare. Quasi non ricorda più chi volesse diventare da bambina. Ma non si può mai mentire del tutto a sé stessi. Almeno, non a quello che c’è in fondo alla propria anima.

Nel loro esordio, Sara Canfailla e Jolanda Di Virgilio raccontano con leggerezza e autenticità che cosa significa diventare adulti oggi. I fallimenti, le paure e le ambiguità di un momento di passaggio obbligatorio e doloroso, in cui i punti di riferimento crollano e bisogna costruirne di nuovi. L’unica cosa che rimane è un sogno. Un sogno che, anche quando resta chiuso in un cassetto, continua a parlarci. Ed è proprio sapere che è lì che ci fa sentire vivi.



Una storia che riguarda tutti i ragazzi che, dopo anni di studio, si trovano catapultati in un mondo del lavoro che sembra una giungla e che, sicuramente e nella maggior parte dei casi, non rispecchia ciò che avevano immaginato o sognato.

Passare dall'essere studenti a diventare lavoratori e quindi doversi assumere maggiori responsabilità sembra quasi un qualcosa di impossibile da affrontare e tutto può sembrare insormontabile.

Ida, la protagonista di questo libro, si trova proprio in una situazione del genere. È alla sua prima esperienza lavorativa e pensava che fin da subito sarebbe riuscita a fare ciò per cui aveva studiato: la sceneggiatrice. Si ritrova, invece, in un'agenzia di comunicazione a fare stories su Instagram e a postare foto con didascalie semplice ma ad effetto.

A Ida non piace quello che fa, non le piacciono le persone con cui lavora e dalle quali si sente esclusa (non la invitano a prendere il caffè con loro, non la invitano a pranzo). Ida si sente esclusa, fuori posto, come se stesse perdendo tempo o se lo avesse perso studiando ciò che le piaceva e che collimava con i suoi sogni. Ma poi, man mano che il tempo passa, capisce cosa la farebbe stare bene e acquisisce maggiore sicurezza in sé stessa e nelle sue capacità.

Il libro è un po' uno specchio della realtà che tanti giovani si trovano a vivere, ma per buona parte della narrazione non ho sopportato la protagonista che non faceva altro che lamentarsi. Sono in molti a pensare che subito dopo il percorso di studio si riesca a trovare immediatamente il posto di lavoro dei propri sogni. Purtroppo non è così e bisogna saperlo accettare cercando di trarne gli aspetti più positivi e costruttivi.

Ida ci mette un po' di tempo ma alla fine avrà delle nuove consapevolezze che la aiuteranno ad affrontare il futuro che l'aspetta. 


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